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Francesco Barbi – blog | Io sono libero?

Qualche notizia

Sto procedendo, sembra, nella stesura del nuovo progetto (quello cui ho appena accennato lo scorso post). Sono ancora in fase di elaborazione della storia, tutto è in discussione, tutto può ancora essere. Che tipo di romanzo sto scrivendo? Non lo so ancora, potrebbe essere un giallo, un noir o un non meglio identificabile main-stream. Il titolo al momento è “La vita, la morte e quel che c’è nel mezzo”. Conosco soltanto l’ambientazione, Pisa adesso, e alcuni protagonisti, primo fra tutti un professore di fisica. E naturalmente quel che è successo nelle 35 cartelle che ho riempito finora. Ovvero da quando il professore di fisica sta entrando a scuola con un attacco di emorroidi a quando si ritrova in casa con quello che ha tutta l’aria di essere il cadavere dell’ex buttafuori… Come al solito sono completamente assorbito da quella realtà parallela e il tempo da dedicare a tutto il resto si assottiglia. Tutto il rimandabile viene rimandato, tutto il superfluo viene eliminato: il blog da portare avanti, le raccomandate da ritirare, i documenti da rinnovare, la spesa da fare (ebbene sì, qualcosa mangiamo in questo periodo, ma ci si arrangia molto), la vespa da risistemare, i capelli da tagliare, i registri da aggiornare, il medico da chiamare, il cadavere di cui sbarazzarsi… Ops, sto facendo un po’ di confusione?

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Troverò comunque il tempo per fare un salto al Salone del Libro di Torino. Non ho particolari interessi quest’anno, conto di fare una chiacchierata con il mio agente (a proposito, l’agenzia letteraria che mi rappresenta è la Malatesta Literary Agency) e spero di rivedere tanti amici e colleghi. Di certo ci sarò domenica 11, forse anche sabato pomeriggio. Se qualcuno volesse incontrarmi, mi scriva un commento qui o una e-mail.

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Un’altra comunicazione: come stabilito da tempo, sarò uno tra i giurati del concorso letterario Dandelion, indetto da Writer’s Dream nel 2012 e giunto finalmente alla fase finale, sebbene non senza intoppi. Il 15 maggio saranno comunicati i racconti finalisti e io sarò chiamato a leggerli e valutarli insieme agli altri membri della giuria. Ecco un link alla pagina dedicata al termine della prima fase del concorso su Writer’s Dream: Dandelion – Fase #1 terminata.

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Che altro dire… Sto aspettando ben altre notizie, spero che arrivino presto e siano buone.

“Io sono libero” – scena 1.1

L’ultimo è stato un periodo di riflessioni, attesa, brain-storming, di scrittura sui quadernetti e di poca scrittura su schermo. Settimane dedicate alla ricerca del prossimo viaggio, della meta, dei mezzi, delle risorse, delle aspettative. Per un po’ ho creduto di poter portare avanti “Libro assurdO” (ne parlo qui), ma dopo aver faticosamente scritto una ventina di buone cartelle, ho visto chiudersi ogni strada e mi sono arreso di nuovo. Ci sarebbe bisogno di un bel mezzo cingolato, che al momento non sento di possedere. Mi sono quindi riaperto alle varie possibilità e adesso mi pare proprio di aver iniziato a scoprire una storia su cui scommettere. Le idee sono molte e in questi giorni non faccio altro che appuntare note sui quadernetti.

Mi rifaccio vivo, però, per tornare su “Io sono libero” e sottoporvi l’incipit, ovvero la prima scena. Dopo la presentazione dei personaggi attraverso le voci dei personaggi stessi (la trovate qui), il romanzo si apre con Geronimo in seduta, nello studio del suo psicoanalista.
Il pezzo è stato scritto e revisionato con la supervisione di uno psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico, è stato letto da un certo numero di persone ed è generalmente piaciuto. Di recente però il commento di due lettori ha sollevato in me qualche perplessità sulla figura dello psicoanalista. Mi sono riletto con attenzione il pezzo e ho deciso di rimetterci un po’ le mani. In effetti forse il terapeuta parlava e interpretava un po’ troppo. D’altronde la terapia è iniziata più o meno da due anni e il dottor Steffei, che avverte la criticità del momento nella vita di Geronimo, dava spazio, in maniera non impeccabile, all’impulso-bisogno di dare al paziente qualche spunto importante su cui riflettere.
A ogni modo, ho rivisto il pezzo. La mia intenzione è di far percepire lo psicoanalista non come un illuminato, ma comunque come un professionista competente. Alla fine un buon professionista. Che però, evidentemente, può anche fare qualche errore, visto come reagisce nell’ultima parte della seduta Geronimo.

Ecco il pezzo: IO SONO LIBERO – 1.1: Geronimo in seduta nello studio del dottor Steffei

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Questa posizione del lettino rispetto all’analista però non è quella “corretta”…

Ve lo propongo per un parere da lettori, indipendentemente dalla vostra conoscenza di questo campo professionale. Che ne pensate? Qual è la vostra percezione del terapeuta?

P.S.: Chi volesse ascoltare il pezzo che Geronimo ha in testa, lo trova qui: X-Form, Pleasure Voyage (1996)

Un vecchio progetto, “Libro assurdO”…

Sono pronto per immergermi in un nuovo progetto. Una bella sensazione, un po’ come quando stai per partire alla volta di un paese straniero, tutto da scoprire. Ma il problema è decidere dove andare. Da qualche giorno mi sto prendendo un periodo di brain-storming, di riflessioni e fantasie su ciò che potrei scrivere adesso. Ho tante idee in testa o appuntate qua e là nel corso degli ultimi anni, ma sono ancora in una fase di osservazione-costruzione delle possibilità e per ora mi limito a dire che sono aperto a tutto.
In questi periodi dedicati all’ascolto, sincronicità e presunte coincidenze possono essere particolarmente significative. Un paio di post fa ho parlato del procedere per situazioni, di farsi portare avanti dai personaggi, e ho immaginato l’esperienza di stesura di un romanzo partendo completamente al buio circa la trama. Sempre di recente, ho letto gli ultimi due articoli pubblicati sul sito “Tapirullanza“, i cui contenuti ho trovato risonanti con il progetto del quale sto per parlare (storie su più livelli, vita dello scrittore che “interagisce” con la storia narrata e altro), ho visto il film 7 psicopatici (se vi capita, guardatelo, è interessante e ben costruito) e mi sono trovato a meditare sulla recente tendenza, sia nella letteratura che nel cinema o nella TV, a mostrare il “dietro le quinte” e a farlo interagire con lo spettacolo stesso. Insomma ho riflettuto su certe nuove strade che, figlie di questi tempi, si aprono e chiedono di essere percorse.

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Così, qualche giorno fa, ho messo insieme qualche idea e un po’ di elementi accessori e mi sono reso conto che avevo già più o meno pensato un progetto simile, giusto a gennaio dell’anno passato. Il titolo provvisorio del libro che all’epoca avevo pensato di poter scrivere è “Libro assurdO”. Nella mia mente si tratta di un romanzo, meglio tornare a ripetere libro, molto particolare… Forse è meglio se vi lascio qualche pagina da leggere, ovvero quello che poteva esserne il preambolo, contenente proprio un primo tentativo di descrizione del libro che avevo intenzione di scrivere. Ve lo propongo proprio così com’era:

Libro assurdO – gennaio 2013 – preambolo

Non ho scritto altro su computer di questo libro, fatta eccezione per un incipit di una decina di pagine a dir poco delirante. In compenso ho 3 quadernetti fitti di appunti, tra i più sconclusionati e assurdi che io abbia mai scritto. Non so ancora se li riprenderò sul serio in mano, nel caso mi ci perderò. Ma so anche che se riuscissi davvero a calarmi in quel pozzo di pece, ne emergerebbe proprio ciò che dovrei tirarne fuori.
Che altro dire. Al tempo mi arresi. Non la reggevo. Rischiavo di fondermi troppo con quei personaggi strambi, folli, malati di mente che avrebbero portato avanti il progetto… E che allora mi trovai costretto a rinchiudere.

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Consigli libri: “Questa sono io”

Non ho mai dedicato un intero post a un libro scritto da un amico. In genere preferisco fare cenni o scrivere brevi commenti, forse anche per timore di non essere del tutto credibile. Per “Questa sono io” di Federico Guerri, pubblicato da Il Foglio Letterario nel novembre del 2012, voglio fare un’eccezione, perché proprio se la merita. Ho conosciuto Federico quando con un solo giorno di preavviso sostituì, nell’ormai lontano 2007, Franco Farina, comune nostro maestro che avrebbe dovuto presentare insieme a me “L’acchiapparatti di Tilos”. Pisa Book Festival del 2007, si trattava della mia prima presentazione… E proprio al Pisa Book Festival di quest’anno Federico mi ha regalato il suo romanzo d’esordio. Io l’ho preso e messo sulla pila dei libri da leggere. Qualche giorno fa è arrivato il suo turno. Conosco Federico, anche se a dirla tutta non lo conosco poi così bene, sapevo che si occupava da molto di scrittura, soprattutto per il teatro, e che teneva corsi di scrittura creativa… Insomma, sapevo che non era uno scrittore della domenica. D’altra parte, ho sempre paura di rimanere deluso, perché un conto è essere competenti, un conto è poi scrivere un bel libro. Questo libro mi ha sorpreso, confesso che non me lo aspettavo così bello.

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La partenza è folgorante, un incipit quasi surreale in cui l’io narrante, Laura Prete, una donna emblema dello Spettacolo, “ha sparato in testa, in diretta televisiva, al più rispettato showman della nazione.” Leggi qualche pagina, sei ancora lì che ti chiedi se l’autore non stia ‘cacando fuori dal vaso’ che la storia inizia a intravedersi e già ti ha catturato. Dopo un po’ ti domandi se il libro reggerà, nel ritmo, nella costruzione; e il libro regge, pagina dopo pagina. Fino al finale, che corona a dovere e dà ancora più valore all’intera costruzione gridando a piena voce il messaggio di dissenso che intride tutte le pagine del libro. E rendendo reale la ribellione nel piano della storia e dunque in modo non moralistico né scontato. Tremendo, ironico, triste, divertente. Bello. Da leggere.

Questa sono io

Citazioni, riferimenti, più livelli di lettura. Sperimentale in alcune scelte stilistiche, originale nell’architettura della storia. Un libro che osa senza compromessi, coraggioso, crudo e senza fronzoli nell’affrontare la violenza, il sesso e alcuni aspetti della realtà tanto veri, e percepibili come tali, da superare il fantastico. Già, il fantastico fa senza dubbio parte di questo romanzo (a partire dall’ambientazione e dai nomi a essa associati, che alludono in modo ironico e sarcastico all’Italia degli ultimi decenni), ma è talmente ben integrato da dare solidità al realismo disincantato della storia. E poi, un plauso all’autore per la sensibilità e la cura con cui ha costruito la protagonista, un personaggio che pare poter incarnare la donna di oggi, che vive e racconta in prima persona la sua vita attraverso un’ottica, un modo di sentire e di porsi assolutamente femminile. Che poi, sono tre donne, che sono la stessa donna, quella donna, intrigante in tutte le sue forme, che il lettore è chiamato a costruire e/o ricostruire. Una personalità dissociata, un’eccezionale attrice, tre diverse fasi di maturità, molteplici le possibili interpretazioni. Senza dubbio tre donne molto diverse – eppure non così diverse perché non sia credibile che possano convivere nel medesimo corpo – che il lettore deve appunto calare nella stessa persona, scegliendo e sacrificando aspetti dell’una o dell’altra per trovare la propria visione d’insieme. Proprio come si fa nella selezione dei ricordi, nell’alterazione degli avvenimenti, nella confusione tra sogni, ambizioni, colpe e realtà, con le persone che ci stanno accanto nella vita o, ancor prima, con se stessi. E con i propri mutevoli personaggi interni.

Al centro la storia, i personaggi, o qualcos’altro?

Prendo spunto dall’ultimo post pubblicato (in particolare dalla mia seconda risposta all’intervista) e da due eventi a cui ho preso parte nel mese scorso per parlare dei possibili, diversi motori-guida che possono muovere un autore nella costruzione dei propri libri.

All’inizio di novembre mi sono goduto 3 giorni a Lucca Comics and Games, da spettatore. Tra gli incontri, le presentazioni, le chiacchiere e gli acquisti, ho avuto il piacere di partecipare a due seminari a numero chiuso, l’uno con Sapkowski dal titolo “Vero e verosimile”, l’altro con Dimitri dal titolo “Fare meraviglie”. In entrambi si è ovviamente parlato di scrittura ed è emerso il personale modo di procedere nella stesura dei due autori.
A metà del mese ho invece presentato il libro fantasy “Terra Ignota – Il risveglio” insieme all’autore, Vanni Santoni, nell’ambito del Pisa Book Festival, e anche qui sono stati affrontati discorsi sulla progettazione e sulla costruzione del testo. Non ne ho dato notizia sul blog perché anch’io ho saputo della cosa soltanto due giorni prima, direttamente dalla lettura di questo articolo uscito su “Il Tirreno” del 14 novembre.
Qui non mi propongo di raccontare gli incontri o di farne un sunto, mi soffermerò sull’aspetto che mi interessa ed eventualmente su qualche dettaglio che più mi ha colpito.

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Partiamo con Andrzej Sapkowski, l’autore polacco famoso nel mondo per aver dato vita al personaggio di Geralt di Riva. Io ho letto soltanto la prima raccolta di racconti tradotta in Italia dalla Nord, “Il Guardiano degli innocenti”, e confesso che non mi ha entusiasmato. Per chi fosse interessato, l’incontro è stato molto ben riportato su FantasyMagazine: Reportage – Vero e verosimile con Andrzej Sapkowski.
Ciò su cui focalizzo l’attenzione è che per l’autore polacco i personaggi sono al completo servizio della storia. A una mia domanda specifica, Sapkowski ha risposto che gli è capitato di dover cambiare la storia per i personaggi, ma questo è stato raro e non è bene. L’autore deve costruire la storia e portarla avanti. Quello è l’obbiettivo, portare avanti la storia. Ovvio che Sapkowski rientra nella schiera degli scrittori che, prima di iniziare la stesura, preparano una scaletta molto dettagliata, capitolo per capitolo, dell’intera trama.
Cos’altro mi ha colpito? Lo scrittore polacco ha parlato dell’importanza della tecnica, nei dialoghi così come nella gestione dei tempi verbali, ma ha affermato che alla fin fine è l’autore che deve sentire qual è la scelta giusta. Lo scrittore deve avere il talento per fare lo scrittore, non ci sono corsi o insegnamenti che tengano. Prima di tutto ci deve essere il talento, poi il mestiere. E ogni autore di talento ha il proprio personalissimo stile.

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Per Francesco Dimitri, invece, la storia non si costruisce, ma la si scopre. Anche lui, come me, procede per situazioni, senza una scaletta iniziale, al più (se non ho capito male) progetta man mano gruppi di 2 o 3 capitoli. L’autore nella sua scrittura deve cercare un buon equilibrio tra ego ed umiltà, e molto importante è essere onesti e rispettare la verità della storia. Sono però i personaggi al centro, ed è la storia a essere al loro servizio. Il plot è dunque determinato dai personaggi, dalle loro esigenze, vincoli, paure, desideri. Alla fine quello che interessa sono le emozioni e i personaggi, mossi dai propri conflitti. C’è e ci deve essere empatia nei loro confronti, trattati alla stregua di persone reali, per cui attingere al proprio vissuto può essere di grande aiuto per ritrovare e trasmettere emozioni. Non credo sia un caso che in “L’età sottile” Francesco sia passato alla narrazione in prima persona. Ah, a proposito, ho letto il libro al termine dell’estate e mi è piaciuto parecchio. Meno di “Pan” (caratterizzato a mio parere da un’ottima integrazione tra un mondo reale e un mondo fantastico molto ricco di idee), ma senz’altro più di “Alice nel paese della vaporità“.

Barbi e Santoni

Infine, Vanni Santoni. Ecco un link a un articolo sulla presentazione pubblicato su Libreriamo:
Al Pisa Book Festival grande accoglienza per il romanzo fantasy “Terra Ignota” di Vanni Santoni
Al centro della costruzione di “Terra Ignota”, secondo me, non ci sono né la storia né i personaggi, bensì il progetto stesso. Vanni infatti ha progettato la struttura del romanzo prendendo spunto dal “Viaggio dell’eroe” (di Vogler, così come da “L’eroe dai mille volti” di Campbell, da “Morfologia della fiaba” di Propp e da “Gli archetipi e l’inconscio collettivo” di Jung) per costruire una storia di formazione attraverso l’assemblaggio di scene tratte da molteplici fonti considerabili fantasy nella più larga accezione del termine. Ha cioè fatto un’operazione letteraria che forse non era mai stata fatta su un romanzo fantasy: ha creato un pastiche postmoderno attraverso cui mostrare un affresco del genere a 360 gradi, che spazia dal “Gilgamesh” a “Dragon Ball, da “Le città invisibili a “Conan il Barbaro, dall’alto al basso, dal letterario al popolare. L’innovazione sta nei riferimenti, nei collegamenti meta-narrativi del fantasy alle sue radici di fiaba e mito, a elementi che fanno ormai parte dell’inconscio collettivo, in una commistione leggera e giocosa di passaggi epici e dialoghi in stile manga. Chi fosse interessato, sul blog dell’autore è possibile trovare link a recensioni e interviste riguardanti “Terra Ignota, Il risveglio”, pubblicato da Mondadori alla fine di settembre: sarmizegetusa – un blog di Vanni Santoni.

Per concludere, ci sono molti altri possibili “motori” che possono guidare un autore di genere nella stesura dei propri romanzi… Così, su due piedi, mi viene in mente l’ambientazione, ovvero il bisogno di dare forma a un proprio mondo interno, oppure un messaggio morale, filosofico-sociale che si vuole trasmettere… A ognuno il proprio personalissimo modo di scrivere. Io metto al centro la storia, ma procedo per situazioni (in un continuo alternarsi tra sessioni di brain-storming e scrittura) e lascio ampio potere ai personaggi. Questo, a mio parere, può dare la sensazione di brancolare nel buio, portare alle volte fuori strada, costringere a ripensare e tornare indietro, necessitare di estrema fiducia e concentrazione per tenere le redini in pugno e procedere; ma può garantire una marcia in più all’originalità della trama e alla verosimiglianza.

La vita reale, le proprie storie, i propri personaggi

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Il 20 ottobre ho compiuto 38 anni: 38 è più vicino a 40 che a 35. Questa semplice constatazione mi ha portato a riflettere sulla mia vita, su quello che ho fatto finora, le strade scelte, le vie imboccate più o meno per caso. Sul futuro che mi aspetto, che mi auguro, in cui spero. Mi sono trovato a fare un po’ il punto della situazione e mi è venuta in mente una recente intervista di cui non ho fatto cenno qui né sul precedente sito-blog.
Si tratta di una breve intervista (3 domande) pubblicata sul blog di Michel Franzoso “Graffi d’inchiostro“. La potete leggere per intero cliccando sul seguente link:

Tre domande a… Francesco Barbi – Intervista su Graffi d’inchiostro

Qui sotto ne riporto una versione più sintetica, ma che credo contenga il succo delle risposte:

  1. Con L’acchiapparatti sei riuscito nel grande salto che molti esordienti sognano, il passaggio da un piccolo a un grande editore: cos’hai guadagnato e cos’hai perso?
    Ho guadagnato un numero prezioso di lettori e ho perso un po’ d’ingenuità.
  2. I tuoi personaggi sono molto vivi e caratterizzati. Quali sono le tue regole per creare un buon personaggio?
    I miei personaggi sono al servizio della storia, ma devono avere e conservare il potere di trasformarla.
  3. La professione sulla tua carta d’identità adesso è “scrittore”?
    No. Spero lo sia, un giorno non troppo lontano.

Be’, mentre la prima e la terza domanda hanno palese attinenza con il discorso con cui ho aperto questo post, la seconda domanda sembrerebbe non averne, almeno a una prima impressione. Ma forse, a ben guardare, le cose non stanno proprio così. In fondo i personaggi che si creano e che si è in grado di creare hanno molto a che vedere con la vita che abbiamo fatto, che facciamo e che vorremmo fare. Le mie esperienze determinano e influenzano non soltanto il loro carattere, la loro profondità, la loro umanità, la loro verosimiglianza, ma anche come loro entrano in contatto con il lettore, come gli vengono presentati e narrati. Ebbene sposando l’ottica di libertà che trapela dalla mia seconda risposta nello sviluppo e nella caratterizzazione dei personaggi, io dovrei cercare il più possibile di sparire dal testo (almeno a livello conscio). E dalla storia. Sei personaggi in cerca di autore mi è piaciuto molto, sposo senz’altro l’idea di fondo di Pirandello, ma per questo romanzo ho scelto la via dell’immersione e come autore mi tengo più che posso fuori dalla storia. I personaggi sono i protagonisti, alla fine sono o non sono loro che danno vita alla storia? Devono essere loro a fare le proprie scelte e a decidere la storia.

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Io sono libero? è il sottotitolo di questo blog… Be’, intanto cerco di fare in modo che i miei personaggi lo siano, il più possibile.
Vi presento allora i personaggi di “Io sono libero”, o meglio, lascio che siano loro a presentarsi (devo ancora revisionare queste due paginette cruciali che faranno da apertura al romanzo):

Io sono libero – DRAMATIS PERSONAE

Come al solito, impressioni e commenti sono graditi.

COMUNICAZIONE di SERVIZIO: Anche quest’anno, sebbene non abbia presentazioni o incontri in programma, andrò a Lucca Comics and Games. Penso che ci sarò almeno 2 o 3 giorni, e più o meno graviterò nel padiglione Games.

EDIT del 17 – 11 – 2013. Ho cambiato l’ordine di presentazione dei personaggi e rivisto le due pagine:

Io sono libero – Dramatis Personae – rivista

Verosimiglianza nei dialoghi, dialetto napoletano

Che io ritengo molto importante la verosimiglianza lo si dovrebbe aver capito. Spero. C’è sempre il caso di qualche lettore che parla di brutto errore quando un oste o un contadino delle Terre di Confine non usa il congiuntivo. Oppure quando, nel p.o.v. del medesimo oste, non si usa il termine tecnico “astragali” per preferire invece “dadi d’osso”. No, dico, ma in quel mondo dovevano chiamarli proprio e per forza astragali? E perché? Ci dovevano essere anche i tarocchi? Ma se anche fosse, quell’oste non poteva non essere a conoscenza o aver dimenticato dell’esistenza di quel termine? Oppure non potrebbe aver preferito, avendo sotto gli occhi dei dadi d’osso, chiamarli appunto “dadi d’osso”? Per quel lettore, no. Ehm, sto divagando… perdonatemi, mi son lasciato prendere. Ritorniamo al discorso.

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Chi segue il blog dovrebbe aver intuito che a me piace giocare con la verosimiglianza, sfidarla, infilarmi in situazioni narrative che la mettono a dura prova. Ovvero raccontare storie che di primo acchito potrebbero sembrare  inverosimili e renderle invece credibili. Questa sfida è uno dei motori che più mi spingono avanti nella costruzione di una trama. Se in un romanzo fantastico la verosimiglianza è cruciale, in un main-stream è essenziale. Qualsiasi sia il genere, trovare il giusto equilibrio tra l’incredibile e il plausibile (naturalmente all’interno della finzione) può comunque essere allo stesso modo stimolante. Non dovrebbe stupire che questa mia attenzione alla verosimiglianza nello scrivere un romanzo fantastico possa trasformarsi nella ricerca di iper-realismo, laddove io sia alle prese con un’ambientazione tratta dal mondo reale. E adesso sto per l’appunto scrivendo un romanzo ambientato in Toscana, anno 1996.

Chi mi ha letto sa anche che a me piace molto giocare con la lingua. Nei dialoghi, con i modi di dire, le esclamazioni, i proverbi… Cazzo, nella Toscana del 1996 ci sono i dialetti! Ebbene sì, nel nuovo libro ci sono i dialetti. Scusate, sono più sboccato del solito nell’ultimo periodo. Be’, a dire il vero negli ultimi due anni. Da quando sono immerso nelle atmosfere, chiamiamole così, del nuovo libro. In realtà vi sto solo preparando alla lettura del pezzo, un estratto del capitolo 3.

Trattasi di un pezzo in cui entra in scena un napoletano (o un salernitano?), che deve parlare in dialetto stretto. Io ho abitato per qualche mese con un napoletano verace (e conosco bene almeno un altro paio di napoletani, che di solito però lasciano da parte il dialetto), ho fatto qualche ricerca su internet, ci ho studiato un po’ sopra. Ho preso in mano il pezzo della prima stesura e l’ho riscritto. Ah, naturalmente ho adattato quel che poteva dire il personaggio alle espressioni che riuscivo a riportare sulla tastiera e mi suonavano bene. Tutto sommato un buon vincolo.

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Breve intro: Tiziano Coppi, detto il Ghigna, è al Kama, una discoteca vicino Camaiore (provincia di Lucca). Per dirla con un eufemismo, ce l’ha grossa, la serata è partita con il botto… Be’, mi sa che può bastare. Più o meno è tutto quello che può entrare in testa al Ghigna in quel momento.

Un altro particolare degno di nota. Il Ghigna somiglia molto a Travis, il protagonista interpretato da Robert De Niro in Taxi-driver.

Chi fosse curioso di avere un’idea della musica che suonavano a quei tempi al Kama, ecco il link a quindici minuti a mio parere rappresentativi:
serata Kama 1999 – Dj Mario Scalambrin

Ecco l’estratto: Il Ghigna e Salvo – L’incontro al Kama

Sto ancora lavorando su questo pezzo (e ci lavorerò senz’altro ancora in futuro), mi farebbe piacere e comodo ricevere qualche parere. Mi rendo conto che leggere l’estratto senza aver letto ciò che lo precede (senza quindi essere bene a conoscenza della situazione e senza essere stati introdotti con maggiore gradualità allo stile del testo) possa essere quantomeno spiazzante, ma quel che mi interessa è la resa del dialetto (anzi, dei dialetti, visto che c’è anche il pisano). Se non conoscete il dialetto in questione, un’impressione sulla lettura, la reazione alle battute di Salvo, la forma con cui sono resi i dialetti (troppi apostrofi, qualcuno può essere evitato?)… Se invece per caso fortuito parlaste il napoletano, potreste darmi una mano, magari segnalandomi cosa c’è che non va, qualche frase che suona male o qualche alternativa più corretta o più fantasiosa.

Post di fine estate, aggiornamenti e notizie

L’estate è al tramonto, è sabato pomeriggio, sono tornato dal mare. Mi è parso il momento giusto per dedicare un’oretta al blog. Per fargli sentire che non l’ho abbandonato e che adesso si prova pian piano a ripartire. Giusto un paio di notizie:

1. I miei libri sono di fatto fuori catalogo da giugno. Ovvero sono fuori dal mercato, non si trovano e non si possono ordinare. Ho detto “di fatto” perché non sono ancora stati messi ufficialmente fuori catalogo. In questo caso non ci sarebbero ristampe, ma i relativi contratti di pubblicazione sarebbero sciolti. La situazione è parecchio complessa, ancora da definirsi. Ci sono in mezzo la vecchia (Dalai) e la nuova (Baldini & Castoldi srl) casa editrice, il contratto di affitto tre le due, la scelta dei titoli da mantenere in catalogo, la richiesta di concordato, i magazzini chiusi, il cambio di distribuzione.
Spero si arrivi presto a un po’ di chiarezza.

2. Il 10 agosto sono stato citato in un articolo di Vanni Santoni sulla rinascita del fantastico apparso sull’inserto domenicale “la Lettura” del Corriere della Sera:

foto-articolo su la Lettura

Che altro dire se non che mi ha fatto molto piacere? L’ho trovato un bel pezzo, scritto bene, non solo fuori dal coro, ma anche un po’ di denuncia nei confronti della “critica” italiana.
Questo è il link all’articolo sul Corriere della sera.it, dove è possibile leggere l’articolo più comodamente e per intero - La rinascita del fantastico.
Tra l’altro ieri ho iniziato “L’età sottile” di Dimitri.

Non ho poi ancora deciso se segnalare qui le recensioni e le interviste che riguardano la mia scrittura. Non sono certo che questo sia il posto giusto. Prima che andasse off-line lo facevo sul sito-blog dedicato ai miei romanzi pubblicati, come una sorta di rassegna stampa. Adesso non so, questo spazio alla fin fine contiene miei pensieri. Forse potrei limitarmi a segnalarli su facebook o twitter. A meno che non volessi trarne qualche riflessione…

Cos’altro? Di certo mi scordo qualcosa…
Già, dimenticavo, non ho ancora aggiornato le pagine dedicate a “L’acchiapparatti” e a “Il burattinaio”. Ormai sono mesi che l’altro blog è andato off-line. Be’, magari sarà la prima cosa che faccio a settembre.
Non era questo, però, che avevo la sensazione di scordare.
Sto ascoltando una raccolta di dischi storia progressive dei primi anni ’90
Non era nemmeno questo.

Vita da scrittore nella crisi, 2

Visto quanto scritto nel primo post, taglio via gran parte delle riflessioni sulla crisi dell’editoria in Italia e mi limito a poco più di una breve cronaca del mio vissuto.

Come antipasto, però, un articolo sul rapporto della FIEG (Federazione Italiana Editori Giornali) circa lo stato dell’editoria, “La stampa in Italia”, che la dice lunga sulla situazione (il 2012 è stato il peggiore degli ultimi 20 anni):

sono indeciso

Be’, evitando di entrare nei dettagli, lo scorso anno avevo avuto già qualche avvisaglia delle difficoltà che stava attraversando la casa editrice Dalai… Avvisaglie divenute preoccupazioni quando a gennaio 2013 il sito-blog dedicato ai miei due libri pubblicati rimane a lungo off-line. Prima mi si dice che si tratta di un problema temporaneo, poi che stanno riformando il settore web… infine a marzo, se non ricordo male, che il server è stato spento e che quindi probabilmente perderò il lavoro di 3 anni. [A proposito, nei prossimi giorni provvederò all'aggiornamento delle pagine dedicate ai due libri, che per l'appunto poggiavano sui link al suddetto sito-blog. Ah, nel caso fortuito in cui qualcuno avesse salvato qualche articolo, lo prego di contattarmi.]
Nel frattempo le contrattazioni, iniziate a gennaio, tra il mio agente e la casa editrice per la pubblicazione di Marchi indelebili proseguono, ma di fatto non vanno avanti. Loro non cedono su questioni riguardanti l’opzione che mi vincola alla casa editrice e, vista la situazione, noi non accettiamo la loro offerta.
Si arriva così a maggio. A questo punto sapevo bene che la casa editrice stava attraversando un brutto periodo, ma non avrei mai immaginato di andare al Salone del Libro di Torino per un confronto diretto e non trovare lo stand Dalai.
La rivista Linus non esce a maggio, si fanno sentire i lettori affezionati, passa un altro paio di settimane e iniziano a diffondersi le prime notizie in rete. Giusto uno dei molti articoli che sono stati pubblicati in merito alla faccenda alla fine di maggio:

linus 1965-2013

Poco dopo appare la notizia della ripartenza della rivista, a luglio, sebbene sotto un’altra editrice… Da poche settimane è infatti nata la Baldini & Castoldi srl, con amministratore delegato Michele Dalai, che ha affittato «a termini e condizioni che assicurino la continuità delle pubblicazioni, della distribuzione e dell’uso dello storico marchio» il catalogo e l’attività editoriale di Dalai Editore. I primi di giugno mi arriva a casa la comunicazione ufficiale tramite lettera raccomandata. Un paio di link su questo sviluppo:

Tra maggio e giugno i miei libri in formato cartaceo non si trovano più su alcuni distributori (come Amazon), L’acchiapparatti va a finire nei remainders su IBS (categoria di solito riservata ai “fuori catalogo”) prima di sparire, su altri portali entrambi i romanzi non risultanto soltanto indisponibili ma fuori catalogo. Scopro successivamente che dal 31 maggio, data a partire dalla quale la distribuzione Mondadori ha sospeso il servizio alla casa editrice Dalai, i due romanzi non sono più ordinabili in libreria… Come se ciò non bastasse, le mie segnalazioni di problemi e le mie richieste riguardanti i formati e-book non hanno seguito.
A metà giugno si diffonde la notizia che Dalai Editore, per non fallire, ha comunque fatto richiesta di concordato preventivo (e tutto quindi rimarrà bloccato finché la faccenda non sarà stata chiarita e definita, ahimè, non prima di qualche mese)… Ecco allora infine qualche link ad articoli riguardanti la situazione della casa editrice pubblicati a giugno:

Da un mese a questa parte non ci sono novità.

Che dire… Questo è quanto è successo, quanto mi è successo. Per dare senso al titolo del post, gli accadimenti, gli sviluppi, le riflessioni e le preoccupazioni in merito alla situazione di crisi appena descritta hanno condizionato la mia vita, il mio umore e la mia visione del futuro. Ma da qualche tempo, e adesso che ne scrivo, mi sento più distaccato, meno frustrato e senza speranze… meno “in crisi”. Sono più tranquillo, mi sono rassegnato ad avere pazienza, a dare tempo al tempo (il fulcro del problema sta nel fatto che sono vincolato e dunque in una situazione di stallo). Ne approfitterò per concentrarmi e lavorare al meglio, con fiducia e competenza, senza essere ossessionato dall’obiettivo di fare della scrittura un mestiere, prendendomi i miei tempi e cercando di godermi di più il percorso. Fortunatamente non morirò di fame se anche non dovessi riuscire nei miei intenti.
Intanto, nonostante non avessi più certezze circa la sua pubblicazione, ho terminato la revisione di Marchi indelebili. Ora mi aspetta una breve vacanza e i primi di agosto tornerò a lavorare su Io sono libero e su chissà quali altri progetti.

EDIT dopo qualche ora dalla pubblicazione del post:

Nel post precedente ho chiamato in causa Albert Einstein. Stavolta, per trasmettere e trasmettermi un po’ di energia positiva, chiudo il post con un intervento di Neil Gaiman, scovato sul blog “E a volte, quando cadi, voli” proprio… ora:

Un semplice discorso – traduzione del discorso di laurea ai diplomati del 2012 dell’Università delle Arti di Philadelphia

Vita da scrittore nella crisi, 1

Nonostante i propositi, peraltro dichiarati nel post precedente, sono dovuti passare più di 20 giorni prima che tornassi a scrivere su questo blog. Però ho finalmente (concedetemi questo avverbio in -mente) terminato “Marchi indelebili”. Bene, è stata dura, ma adesso anche questa è fatta. Ok, stop al momento di ottimismo e spensieratezza. Entro in lamento-mod, devo parlare della crisi. Della crisi che colpisce l’Italia, e in particolare l’editoria, della crisi che colpisce in parte anche me…

No, perdonatemi, non ce la faccio. Nei giorni scorsi ho buttato giù qualche considerazione, ma in questo momento sono un po’ su di giri e non ho voglia di deprimermi. Ho appena terminato un lavoro che mi ha incupito parecchio. Adesso mi ci vuole un po’ di leggerezza.

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Tra qualche giorno, quando me la sentirò, ovvero quando sentirò di nuovo addosso il grigiore della crisi, ci riproverò… Oggi ragiono al contrario. Mi va di fare bello il brutto.

E allora, visto che ho il tempo e mi va comunque di scrivervi qualcos’altro, vi propongo una serie di frasi scritte nel 1934 da Albert Einstein, non proprio un cervello qualunque, in “Come io vedo il mondo”:

La crisi può essere una vera benedizione per ogni persona e per ogni nazione, perché è proprio la crisi a portare progresso. La creatività nasce dall’angoscia, come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che nasce l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie.

 

Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia.

 

Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato. Chi attribuisce le proprie sconfitte e i propri errori alla crisi, violenta il proprio talento e mostra maggior interesse per i problemi piuttosto che per le soluzioni. La vera crisi è l’incompetenza.

 

È nella crisi che il meglio di ognuno di noi affiora; senza crisi qualsiasi vento diventa una brezza leggera.

 

Parlare di crisi significa promuoverla; non parlarne significa esaltare il conformismo. Cerchiamo di lavorare sodo, invece. Smettiamola, una volta per tutte, l’unica crisi minacciosa è la tragedia di non voler lottare per superarla.

Buona crisi a tutti!

 

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