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Francesco Barbi – blog | Io sono libero?

Al centro la storia, i personaggi, o qualcos’altro?

Prendo spunto dall’ultimo post pubblicato (in particolare dalla mia seconda risposta all’intervista) e da due eventi a cui ho preso parte nel mese scorso per parlare dei possibili, diversi motori-guida che possono muovere un autore nella costruzione dei propri libri.

All’inizio di novembre mi sono goduto 3 giorni a Lucca Comics and Games, da spettatore. Tra gli incontri, le presentazioni, le chiacchiere e gli acquisti, ho avuto il piacere di partecipare a due seminari a numero chiuso, l’uno con Sapkowski dal titolo “Vero e verosimile”, l’altro con Dimitri dal titolo “Fare meraviglie”. In entrambi si è ovviamente parlato di scrittura ed è emerso il personale modo di procedere nella stesura dei due autori.
A metà del mese ho invece presentato il libro fantasy “Terra Ignota – Il risveglio” insieme all’autore, Vanni Santoni, nell’ambito del Pisa Book Festival, e anche qui sono stati affrontati discorsi sulla progettazione e sulla costruzione del testo. Non ne ho dato notizia sul blog perché anch’io ho saputo della cosa soltanto due giorni prima, direttamente dalla lettura di questo articolo uscito su “Il Tirreno” del 14 novembre.
Qui non mi propongo di raccontare gli incontri o di farne un sunto, mi soffermerò sull’aspetto che mi interessa ed eventualmente su qualche dettaglio che più mi ha colpito.

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Partiamo con Andrzej Sapkowski, l’autore polacco famoso nel mondo per aver dato vita al personaggio di Geralt di Riva. Io ho letto soltanto la prima raccolta di racconti tradotta in Italia dalla Nord, “Il Guardiano degli innocenti”, e confesso che non mi ha entusiasmato. Per chi fosse interessato, l’incontro è stato molto ben riportato su FantasyMagazine: Reportage – Vero e verosimile con Andrzej Sapkowski.
Ciò su cui focalizzo l’attenzione è che per l’autore polacco i personaggi sono al completo servizio della storia. A una mia domanda specifica, Sapkowski ha risposto che gli è capitato di dover cambiare la storia per i personaggi, ma questo è stato raro e non è bene. L’autore deve costruire la storia e portarla avanti. Quello è l’obbiettivo, portare avanti la storia. Ovvio che Sapkowski rientra nella schiera degli scrittori che, prima di iniziare la stesura, preparano una scaletta molto dettagliata, capitolo per capitolo, dell’intera trama.
Cos’altro mi ha colpito? Lo scrittore polacco ha parlato dell’importanza della tecnica, nei dialoghi così come nella gestione dei tempi verbali, ma ha affermato che alla fin fine è l’autore che deve sentire qual è la scelta giusta. Lo scrittore deve avere il talento per fare lo scrittore, non ci sono corsi o insegnamenti che tengano. Prima di tutto ci deve essere il talento, poi il mestiere. E ogni autore di talento ha il proprio personalissimo stile.

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Per Francesco Dimitri, invece, la storia non si costruisce, ma la si scopre. Anche lui, come me, procede per situazioni, senza una scaletta iniziale, al più (se non ho capito male) progetta man mano gruppi di 2 o 3 capitoli. L’autore nella sua scrittura deve cercare un buon equilibrio tra ego ed umiltà, e molto importante è essere onesti e rispettare la verità della storia. Sono però i personaggi al centro, ed è la storia a essere al loro servizio. Il plot è dunque determinato dai personaggi, dalle loro esigenze, vincoli, paure, desideri. Alla fine quello che interessa sono le emozioni e i personaggi, mossi dai propri conflitti. C’è e ci deve essere empatia nei loro confronti, trattati alla stregua di persone reali, per cui attingere al proprio vissuto può essere di grande aiuto per ritrovare e trasmettere emozioni. Non credo sia un caso che in “L’età sottile” Francesco sia passato alla narrazione in prima persona. Ah, a proposito, ho letto il libro al termine dell’estate e mi è piaciuto parecchio. Meno di “Pan” (caratterizzato a mio parere da un’ottima integrazione tra un mondo reale e un mondo fantastico molto ricco di idee), ma senz’altro più di “Alice nel paese della vaporità“.

Barbi e Santoni

Infine, Vanni Santoni. Ecco un link a un articolo sulla presentazione pubblicato su Libreriamo:
Al Pisa Book Festival grande accoglienza per il romanzo fantasy “Terra Ignota” di Vanni Santoni
Al centro della costruzione di “Terra Ignota”, secondo me, non ci sono né la storia né i personaggi, bensì il progetto stesso. Vanni infatti ha progettato la struttura del romanzo prendendo spunto dal “Viaggio dell’eroe” (di Vogler, così come da “L’eroe dai mille volti” di Campbell, da “Morfologia della fiaba” di Propp e da “Gli archetipi e l’inconscio collettivo” di Jung) per costruire una storia di formazione attraverso l’assemblaggio di scene tratte da molteplici fonti considerabili fantasy nella più larga accezione del termine. Ha cioè fatto un’operazione letteraria che forse non era mai stata fatta su un romanzo fantasy: ha creato un pastiche postmoderno attraverso cui mostrare un affresco del genere a 360 gradi, che spazia dal “Gilgamesh” a “Dragon Ball, da “Le città invisibili a “Conan il Barbaro, dall’alto al basso, dal letterario al popolare. L’innovazione sta nei riferimenti, nei collegamenti meta-narrativi del fantasy alle sue radici di fiaba e mito, a elementi che fanno ormai parte dell’inconscio collettivo, in una commistione leggera e giocosa di passaggi epici e dialoghi in stile manga. Chi fosse interessato, sul blog dell’autore è possibile trovare link a recensioni e interviste riguardanti “Terra Ignota, Il risveglio”, pubblicato da Mondadori alla fine di settembre: sarmizegetusa – un blog di Vanni Santoni.

Per concludere, ci sono molti altri possibili “motori” che possono guidare un autore di genere nella stesura dei propri romanzi… Così, su due piedi, mi viene in mente l’ambientazione, ovvero il bisogno di dare forma a un proprio mondo interno, oppure un messaggio morale, filosofico-sociale che si vuole trasmettere… A ognuno il proprio personalissimo modo di scrivere. Io metto al centro la storia, ma procedo per situazioni (in un continuo alternarsi tra sessioni di brain-storming e scrittura) e lascio ampio potere ai personaggi. Questo, a mio parere, può dare la sensazione di brancolare nel buio, portare alle volte fuori strada, costringere a ripensare e tornare indietro, necessitare di estrema fiducia e concentrazione per tenere le redini in pugno e procedere; ma può garantire una marcia in più all’originalità della trama e alla verosimiglianza.

There are 16 Comments to "Al centro la storia, i personaggi, o qualcos’altro?"

  • Psicomama scrive:

    Molto interessante avvicinarsi a questi tre modi di essere scrittori di fronte a un romanzo da strutturare. O scoprire.
    Io credo che si sentano, leggendo, le influenze dell’architettura dello scrivere, delle modalità di nascita del libro che si sta leggendo. Un libro animato dai personaggi, più che dalla storia o dal progetto, dalla morale, dall’ambientazione – tutti motori più razionali, pre-parati a tavolino – è secondo il mio sentire, più coinvolgente, più appassionante. Più verosimile.
    Ma è soggettivo cosa fa godere un lettore.

    A cosa dobbiamo queste riflessioni sul progettare/iniziare-senza-progetto una storia?
    C’è qualcosa in pentola??????
    Anticipazioni??
    :-)

    • Francesco Barbi scrive:

      Anch’io mi sono chiesto i perché delle mie riflessioni dopo un po’ che scrivevo questo post. In effetti sto pensando a un nuovo lavoro. E forse, dato che mi sto aprendo a tutte le possibilità… Ora come ora mi verrebbe voglia di cambiare, pur mantenendo il mio modo di procedere. Come? Estremizzando. :) Ma non sono certo di essere pronto.

  • Gianrico scrive:

    La mia esperienza fino a questo punto con INSeCTA è stata un mix. Se non consideriamo l’inizio assolutamente casuale e non pensato del libro, il resto è stato una procedura che ha visto la scrittura del plot di massima dei vari capitoli, poche righe per ciascuno, poi la scrittura di una trama di massima dei vari capitoli e quindi la scrittura effettiva del pezzo. La cosa interessante è stata che molto spesso io proponevo e poi i personaggi disponevano. Risultato, spesso l’esito di un capitolo era molto diverso da come lo avevo originariamente pensato, come se io avessi intuito qualcosa ma i personaggi l’avessero poi plasmata per conto loro consentendomi solo di svelare qualcosa che già c’era.

    • Francesco Barbi scrive:

      Ciao Gianrico, interessante la tua via, direi di mezzo tra quella di Sapkoswi e quella di Dimitri (o la mia)… Lasciare un po’ di potere ai personaggi è un’ottima cosa, a mio parere. E credo proprio che questo aspetto sia molto legato alla sensazione di aver scoperto-svelato la storia piuttosto che di averla costruita.

  • Chiara scrive:

    Ciao Francesco,
    sono contenta di leggere un nuovo articolo. E molto interessante. :)
    Vediamo. Di solito, ciò che per primo mi spinge a gettarmi in una storia, è un fulcro piccolo ma pulsante, fatto di pochi dettagli nitidissimi: una breve scena, un oggetto in un posto insolito, un’azione particolare.
    Se questa piccola cosa mi rimane impressa, intorno iniziano a comparire le facce delle persone che ne saranno coinvolte, i loro legami, i motivi che determinano il “perché proprio loro e non altre”. Ecco, e da quando capisco chi sono le persone che si ritroveranno ad avere a che fare con quel piccolo dettaglio iniziale, sono poi proprio i personaggi che spingono la storia, i loro caratteri a far scegliere certe strade invece che altre, e a dare un significato e u’nimpronta a tutto quello che scriverò poi.

    • Francesco Barbi scrive:

      Ciao Chiara, è un po’ che non ci sentiamo… Be’, direi che anche tu fai senz’altro parte della schiera di coloro che si fanno guidare dai personaggi. Fai una scaletta, prima della stesura o in un’altra fase?

  • Eugene scrive:

    Sì, riflessioni interessanti. Ci sto rimuginando sopra anch’io, da un po’.

    Così interessanti che si potrebbe ampliare il discorso.
    Se è vero, e lo è, che in una storia c’è un motore, e bisognerebbe averlo ben chiaro quando ci si mette a picchiettare sulla tastiera, allora c’è anche una carrozzeria, le ruote, il volante. E vi vuole pure il carburante.

    La carrozzeria è la parte estetica, ovvero lo stile; le ruote sono i punti di contatto tra l’idea e la realizzazione; il volante è quello che decide dove e come far virare la storia.

    E il carburante è la molla che ti spinge a passare dall’ideazione all’attuazione.
    Cos’è che ti fa decidere di investire il tuo tempo e le tue energie in un romanzo? Che cosa vuoi raccontare al mondo?

    Anche questo, secondo me, andrebbe tenuto presente durante tutta la lavorazione.

    • Francesco Barbi scrive:

      Ciao Eugenio! Anch’io ho trovato molto bello il paragone con l’automobile, che poi, naturalmente, è una jeep. :)
      A me era venuto con la macchina-uomo; avevo già pensato infatti di scrivere una serie di post sulle varie questioni che ci sono a monte di un progetto, ma poi ho deciso che qui avrei scritto senza obblighi e vincoli di sorta. Ovvero quel che avevo voglia, quando ne avevo voglia. :)
      La domanda che poni probabilmente è molto tua in questo momento. Io ora come ora non voglio pormela. Mi basta sapere che voglio scrivere storie. Scrivere storie è una di quelle cose che mi fanno sentire libero. Scegliere di scrivere storie è stata una delle poche decisioni che ho sentito veramente mie, libere da condizionamenti.

  • Chiara scrive:

    Ehm, considerando che per ora lavoro prima a “progetti” di storie, che quindi devono essere approvati, sì, mi preparo una scaletta, e poi… anche il resto: sinossi, personaggi, ambientazione.
    Tutto questo viene molto, molto prima della storia. Un po’ snervante, in effetti.
    Ma se lavoro per conto mio, butto giù qualche pagina libera di idee, svolte e brevi dettagli sulla vita dei personaggi, per capire chi sono e quindi come potrebbero raccapezzarsi nella vicenda.

    Eh già, è da un po’ che non ci si sente. Colpa del mio telefono, lo so. Spero che tu stia bene, e anche tua moglie e i tuoi bambini. :D

  • Psicomama scrive:

    Interessante questa discussione.

    Mi è molto piaciuta la metafora automobilistica di Eugene.

    Sono maledettamente curiosa di sapere cosa bolle in pentola Barbi.

    E gelosissima dell’avatar di Gianrico con la sua foto!!! (Ma come hai fatto? A me non piace la faccetta da antipatica che mi compare. :-( Ma forse me la merito? :-) )

  • Andrea Atzori scrive:

    Ciao Francesco,

    ti seguo da un po’ ma è la prima volta che commento. Complimenti per l’articolo, molto interessante, come sempre.

    È possibile che parte del “mestiere di scrivere” sia scegliere tra i diversi approcci a seconda di cosa si deve scrivere? Io credo di sì. Per principio, la penso come te e Dimitri: le situazioni generano altre situazioni a catena e la trama si costruisce da sé, basta scovarla immergendosi nella scrittura. In un corso mi è capitato di chiamarla scrittura “intuitiva”.

    Mi sono trovato però a fare i conti con la costruzione e la scrittura di una trilogia, e lavorare per scaletta è stato l’unico modo efficace. Quando la mole di dettagli del setting, della trama e dell’interazione tra i personaggi si accumula libro su libro, non ricorrere a una scaletta credo non sia solo difficile, ma rischioso.

    Comunque dici bene: dopo la tecnica, a ognuno il suo. E meno male! :)

    Ancora complimenti e buone letture,

    A.

    • Francesco Barbi scrive:

      Ciao Andrea, benvenuto.
      Sono contento di sapere che hai trovato l’articolo interessante.
      Senza dubbio poter scegliere tra i diversi approcci a seconda di cosa si deve/vuole scrivere è una buona cosa. Io non credo che potrei procedere seguendo una scaletta dettagliata scritta interamente prima della stesura (a meno che non si tratti di un racconto, in quel caso la questione cambia). Così come non penso che potrei trovare il coraggio di imbarcarmi nella stesura di una trilogia senza aver scritto i primi due libri. Chiaro è che, se si ha intenzione di scrivere una trilogia e non si è ancora scritto nessuno dei tre libri, scrivere una scaletta può essere di estremo aiuto. D’altra parte una scaletta può essere più o meno dettagliata… Forse potrebbe comunque bastare l’idea di fondo, il sunto della trilogia in qualche riga, ovvero dove si dovrebbe andare a parare, così da avere ben presenti gli snodi principali…
      A me piace il rischio. Non mi spaventa quel tipo di fatica, lo sforzo che si deve fare perché tutti i tasselli vadano a posto nella costruzione di una eventuale saga. Mi spaventa di più la fatica legata alla scarsa voglia di scrivere ciò che ho già progettato.
      Ma naturalmente, come dici anche tu, che ognuno segua il metodo che sente proprio. Quella è senz’altro la via migliore.
      Buona scrittura e buone letture anche a te!

      • Andrea Atzori scrive:

        Ciao Francesco,

        grazie della risposta. Mi fai riflettere. Certo, iniziare un progetto di trilogia con i primi due volumi già scritti e in una botte di ferro sarebbe l’ideale; ahinoi, a volte un contratto ti porta a imbarcarti comunque in un progetto anche se le tempistiche non sono le migliori. Però sai, rappresenta anche una sfida interessante.
        Nel mio caso, specifico: si tratta proprio di un scaletta “aperta”; di una traccia, capitolo per capitolo, di come la storia dovrebbe proseguire, del setting e del cambio delle “scene”. Essa non è però sufficiente. È la prassi che io mi sia ritrovato a modificare dei passaggi della scaletta proprio perché sviluppandoli nel processo di scrittura mi sono reso conto che non funzionassero, o che aprissero orizzonti di evoluzione migliori di quelli che avevo pensato a priori. È il potere della scrittura in sé, che nessuna progettazione può sostituire del tutto. Questo mantiene la “curiosità” verso l’evoluzione del proprio lavoro sempre altissima, nonostante la traccia. Insomma, credo davvero che non solo si possa scegliere metodologia, ma ci si ritrovi spesso a ibridarla per necessità.

        È affascinante, si è sempre in bilico tra regole e libertà :)

        Grazie, ciao!

  • [...] Nell’ambito del Pisa Book Festival, sabato 8 novembre in Sala Fermi alle ore 16 presenterò assieme a Sergio Costanzo e all’autore Vanni Santoni il romanzo fantasy “Terra Ignota – Le figlie del rito” (Mondadori), secondo volume della serie (del primo ho parlato qui). [...]

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