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Francesco Barbi – blog | Io sono libero?

Ingredienti per uno stile al passo coi tempi: show, don’t tell

Sullo show, don’t tell, fondamentale tecnica narrativa che spinge a favorire il concreto rispetto all’astratto, si è fatto un gran parlare in rete negli ultimi anni. Divenuta quasi un mantra, ormai compare da protagonista in ogni manuale di scrittura. Qui sotto riporto giusto qualche link a pagine e articoli in cui mi sono imbattuto, che mi sono parsi interessanti e che dovrebbero chiarire e sviscerare i termini della questione a chi è interessato:

  1. Pagina su Wikipediahttp://it.wikipedia.org/wiki/Show, don’t tell
  2. Manuali 3 – mostrare su Gamberi Fantasy: http://fantasy.gamberi.org/2010/11/18/manuali-3-mostrare/
  3. Troppo “mostrato”? su Werehare’s Burrow: http://wereharesburrow.wordpress.com/2012/09/08/troppo-mostrato/
  4. Mostra di più, racconta di meno su Zweilawyer: http://zweilawyer.com/2011/08/24/mostra-di-piu-e-racconta-di-meno-for-dummies-zwei-incluso/
  5. Introduzione allo show don’t tell su Pensieri di inchiostro: http://pensieridinchiostro.wordpress.com/2011/10/22/show-dont-tell-introduzione/

La pagina su Wikipedia fornisce una prima idea della questione ma è approssimativa e piuttosto fumosa. Il secondo link invia a un bell’articolo quasi completo sulla faccenda, ricco di dettagli, utile per chi vuol scrivere, divertente e interessante per chi ama leggere. L’approccio secondo me è un po’ troppo rigido ed “estremista”, ma molte argomentazioni sono valide e ben illustrate; il terzo link porta a una serie di risposte a ipotetiche domande, a sostegno del fatto che sia sempre preferibile mostrare piuttosto che raccontare; gli altri due link inviano ad articoli meno intransigenti, che non elevano lo show don’t tell a regola inviolabile della buona narrativa (più aperti cioè alle possibili violazioni), pur sostenendone i principi e apprezzandone i pregi. Riguardo al secondo link, ho parlato di articolo quasi completo perché a mio parere (come cercai di dire a suo tempo in questo commento) sarebbe valsa la pena spendere qualche parola su ciò che comporta sposare completamente il principio dello show don’t tell a livello macroscopico, ovvero per la stesura di un intero romanzo o di un lungo racconto.

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Sono state condotte indagini scientifiche e pare siano risultate evidenze sperimentali che dimostrano l’efficacia di questa tecnica nel favorire l’immersione del lettore nella storia.

Venendo al titolo di questo post, non c’è bisogno di aggiungere ulteriori motivazioni a sostegno di questa tecnica rispetto a quelle già presenti negli articoli di cui sopra. Considero lo show don’t tell un ingrediente fondamentale dello stile al passo coi tempi che sto cercando di delineare. Ribadisco però che si tratta di quello che io ritengo uno stile al passo coi tempi, uno fra i tanti che possono funzionare (plasmabili anche a seconda dei diversi generi e registri), e quello che in particolare ho seguito e grossomodo seguo nella stesura di Io sono libero.
Sto parlando di abbracciare lo show don’t tell per l’intera stesura del testo (almeno a livello mascroscopico, qualche frase o qualche passaggio non rigorosamente mostrato può scapparci), con tutte le conseguenze di questa scelta. E quindi sto parlando di narrare per scene successive, con una cronologia preferibilmente lineare, nel continuo lavoro di recupero delle informazioni perse nei salti di scena (attraverso dialoghi e pensieri, o sfruttando diversi “trucchetti” per non cadere nell’infodump). Consapevoli dell’importanza che riveste la scelta, l’architettura e la strutturazione delle scene nello svilupparsi della storia; disposti a sacrificare dettagli o intere scene (il non detto, che lascia al lettore buchi da riempire, può comunque essere una qualità, un punto forte del romanzo), oppure a doverne costruire di nuove e impreviste, perché così impone la storia se non si vuole violare il principio sposato.

Aggiungo invece una breve riflessione per cercare di approfondire un pochino il mio punto di vista, non così rigido come potrebbe sembrare. Al momento io mi considero infatti un sostenitore dello show don’t tell… ma non un fanatico. Sebbene alle volte abbia la tentazione di esserlo, preferisco mettere le cose in discussione piuttosto che considerarle alla stregua di dogmi. Mi sembra infatti sensato anche il punto di vista, più moderato, di Daniele Imperi, che scrive su Penna BluMostrare o raccontare?

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Per quel che mi riguarda, mostrare significa in buona sostanza dotare il testo di sensi e calarvi il lettore: vista, udito, olfatto e, perché no, gusto e tatto. E dunque favorire l’immersione e il coinvolgimento, che sono indubbiamente buoni parametri per giudicare se un testo funziona o meno.
Prendendo spunto da questo commento di Nurades alla discussione sul blog di Zweilawyer, sarebbe però parziale e riduttivo limitarci a considerare l’immersione nella storia attraverso i sensi, ovvero “per percezione” (o “immedesimazione fisica”). Il libro soccomberebbe al film senza alcuna possibilità.
E invece il libro gli sopravvive, alle volte addirittura si preferisce leggere piuttosto che guardare un film. Questo perché cinema e letteratura sono due cose diverse, due mezzi narrativi diversi, ciascuno con i propri pregi. L’uno, più passivo, l’altro più attivo, fruito in un arco di tempo maggiore. Un testo scritto è meno saturato di un film, il lettore deve riempire di più con la propria immaginazione, col proprio vissuto. Questo è insieme punto di forza e difetto dell’uno rispetto all’altro. Per questo leggere un libro di genere può ancora competere, anche se a stento, con il guardare (e sentire) un film o giocare a un videogioco di ultima generazione.

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Immaginate un bello schermo a parete e un impianto stereo con il surround: be’, qui mi pare che ci possa essere una buona immersione…

Nella costruzione di un romanzo, o di un racconto, mostrare (con dettagli e particolari concreti) significa dare al lettore maggiore risoluzione (e dunque sensazione di verità, di non essere in un mondo sfocato) per la creazione dell’immagine o della sensazione mentale.
A questo proposito, lascio un link a un articolo su minima&moralia (pubblicato anche su Il Messaggero) e una citazione di Flannery O’Connor:

“Raccontare il mondo visibile per lasciare che attraverso di esso si mostri l’invisibile”

L’invisibile, aggiungo io, che è frutto di una pregevole commistione tra autore e lettore. A mio parere, infatti, nell’ottica di bilanciare ancor di più il confronto tra i due mezzi narrativi, bisogna considerare anche un’immersione più mentale, progressiva e meno immediata, legata a immedesimazione emotiva, empatia, curiosità e interesse. Discorso complesso che per ora lascio qui, ma che conto di riaprire in altra occasione. Dico soltanto che questa immersione più razionale e meno corporea si può ottenere, se sufficientemente in linea con genere e registro del romanzo, anche con un brillante o comunque ben posizionato e dosato raccontato. In questo senso eliminare sempre e comunque il raccontato significherebbe precluderci certe possibilità, non sfruttare alcune efficaci e funzionanti prerogative del testo narrativo rispetto a film e videogiochi.

question_mark4_2132A testimonianza del personale atteggiamento nei confronti della questione, qualche giorno fa, dopo aver lavorato alla revisione di un racconto di Marchi indelebili, mi sono trovato a mettere in dubbio alcuni miei interventi sul testo fatti in nome dello show don’t tell. Nel racconto, dal titolo Recidivo, un “internato” fugge da un “Centro Correzionale”: nella prima versione, la fuga veniva a più riprese raccontata, ma ciò poteva conferirle un’atmosfera onirica in linea con il sapore del racconto e funzionale alle rivelazioni del finale. Ho dovuto rileggere entrambe le versioni e ci ho riflettuto sul serio prima di convincermi che la versione rivista era migliore. Ma non sono certo che qui non sia entrato in gioco il gusto personale…

There are 16 Comments to "Ingredienti per uno stile al passo coi tempi: show, don’t tell"

  • Dea scrive:

    il punto è, credo, che se uno non sa ancora scrivere, lo show don’t tell è imprescindibile per migliorare, ma poi va declinato e anche abbandonato quando occorre. Trattasi in parole povere di tecnica di base.

    • Francesco Barbi scrive:

      Benvenuta Dea… Sì, sono più o meno d’accordo con quanto dici, anche se ritengo che scrivere un intero romanzo rispettando in maniera rigorosa i dettami dello show don’t tell non sia affatto banale: si presentano per l’appunto diverse problematiche di non facile soluzione su cui varrebbe la pena riflettere… Insomma, mostrare senza mai raccontare per un intero romanzo non lo farei rientrare in un’esperienza di base, formativa. E non direi che uno scrittore divenuto esperto debba declinare e anche abbandonare quando occorre lo show don’t tell. Sì, dovrebbe essere o tornare libero di abbandonarlo quando lo ritiene opportuno, ma a mio parere non dovrebbe farlo necessariamente. Non ci sono scene o passaggi in cui occorre il raccontato. Si tratta sempre di compiere una scelta.

  • Aislinn scrive:

    Personalmente cerco di limitare il raccontato al minimo, in genere quando mi occorre una transizione rapida da una scena all’altra, o se si tratta di eventi che si ripetono più volte uguali. Le scene in sé, sia d’azione, sia di dialogo, sia quando ci si vuole concentrare sulla caratterizzazione dei personaggi e così via, sono, per quanto mi riguardo, sempre meglio se mostrate.

    • Francesco Barbi scrive:

      Sì, limitare al minimo il raccontato è alla fin fine la norma che seguo anch’io al momento. Credo proprio che le mie scelte e le mie idee siano in sintonia con le tue anche in questo frangente.

  • Massimo Mazzoni scrive:

    “il non detto, che lascia al lettore buchi da riempire, può comunque essere una qualità, un punto forte del romanzo” questa citazione è simile a quello che ci diceva Franco nei primi incontri del corso e li condivido.
    Personalmente il raccontato, specialmente in testi più lunghi, può servire a fare una specie di fastforward per saltare parti narrativamente meno interessanti e andare al sodo.

    • Francesco Barbi scrive:

      Sì, Franco ci disse senz’altro qualcosa del genere. Adesso, rispetto ad allora, la cosa è entrata però a far parte di una consapevolezza che entra in gioco anche in fase di stesura e non soltanto di revisione.
      Riguardo al raccontato, ora come ora (e sottolineo ora come ora) preferisco il salto di scena. Il raccontato lo vedrei efficace e opportuno soltanto quando in qualche modo si dichiara che è raccontato, quando è chiaro che sta parlando il narratore al lettore. Soltanto se il fatto di uscire dall’immersione del mostrato (o di non entrarci) è giustificato dal fatto che si sta entrando in un altro tipo di immersione.

  • Bruno scrive:

    L’importante è… il risultato. Chi cerca di creare una storia ad ampio respiro non può che accelerare certe situazioni o saltarle… e dei modi per far capire al lettore quello che è successo io preferisco il più rapido, che non è necessariamente lo show don’t tell.

    • Francesco Barbi scrive:

      Ciao Bruno, apprezzo il tuo punto di vista equilibrato ed elastico (se non sbaglio, lessi un tuo post sui manuali di scrittura). Al momento io ho delle preferenze, ma tutto sommato le prendo come tali. Alla fine credo che un ottimo atteggiamento nei confronti dello show, don’t tell (o delle altre tecniche narrative) sia quello aperto a tutte le possibili soluzioni, purché funzionino (oggi far funzionare il raccontato però a mio parere è faccenda tutt’altro che banale)… E purché ci sia una certa coerenza, un certo rigore nelle scelte stilistiche.

  • Psicomama scrive:

    Molto interessante. Io non sono del mestiere ma mi rendo conto, riflettendo i, che apprezzo molto di più i libri ” mostrati”. Mia madre invece ama i latini che io trovo illeggibili. Non ho una mamma al passo coi tempi, eh eh.
    Poi pensavo a Fight club… Ma se scrivi in prima persona il discorso non vale, giusto? Siamo già dentro, si seguono i pensieri…

    • Francesco Barbi scrive:

      Per latini intendi latino-americani?
      In Fight Club, qualche passaggio raccontato c’è, ma scorre via liscio o è un bel raccontato; Palahniuk è di certo un autore al passo coi tempi. :) A ogni modo in prima persona le cose un po’ cambiano in effetti e il raccontato è mascherabile e smorzato nei pensieri del punto di vista narrante.

  • Alice scrive:

    Bello!! E anche istruttivo!! Anche a me piacciono di più i libri mostrati… credo :-) Non ho capito tutto quanto, ma mi è piaciuta l’idea dell’immersiome dei sensi e mentale e la loro distinzione!

  • Psicomama scrive:

    Sì, latino americani, certo!
    Concordo e capisco per Palaniuk e che in prima persona le cose cambino e.. forse si semplifichino. Cmq è un capolavoro fight club. Ora, tra un po’, mi leggo Soffocare, è in coda di lettura, appena acquistato. :-)
    Cmq tu dici “uno” stile al passo coi tempi non “lo”, dando spazio ad altri. Il tuo è un lucido incalzare impressionifico (non impressionistico!), il suo è delirio. :-) Amabili entrambi.

  • [...] Ingredienti per uno stile al passo coi tempi: show, don’t tell [...]

  • Tizi Lanò scrive:

    io ritengo che sia pratico poter utilizzare più mezzi nel comporre un romanzo e non vedo perchè uno dovrebbe privarsi dell’opportunità di scegliere. I talebbani della teoria, qualunque essa sia, rischiano in nome di una fede di sacrificare il lettore. Io personalmente nella lettura cerco anche spazio e silenzi. Io “show don’t tell” personalmente lo trovo molto interessante ma non lo reggo a lungo.
    Il ritmo incalzante del mostrare mi stanca e non rispetta i miei tempi emotivi. In alcuni momenti la voce dell’autore è confortante, senza di lei leggere mi diventa un lavoro e per metabolizzare ciò che ho letto sono costretta a fare delle pause.
    Quando prendo un libro è per leggere, se invece volessi andare al cinema non lo avrei preso.

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